mercoledì 28 aprile 2010

La Juventus.





Prima puntata


Quante volte vi è capitato – e quante vi capiterà – di leggere un articolo intitolato “La Juventus” che NON parla di calcio? E nemmeno di un’omonima squadra di altri sport, piuttosto che una qualche organizzazione universitaria che ha scelto il suo nome pescando nel Castiglioni Mariotti. Questo articolo parla di una meravigliosa ragazza di Torino, talmente bella da meritarsi il soprannome Juventus nelle discussioni fatte in ufficio col mio collega gobbo. E’ un peccato, però, non parlare neanche un attimo di calcio, né non sarebbe del tutto fuori luogo: quello che sta facendo la Roma è un tale esempio di perseveranza e determinazione, di coraggio e voglia, che forse sarebbe più utile raccontare tutta la storia della Juventus – cioè della bella ragazza di Torino – in questi termini. Perciò, mi smentisco immediatamente, e parlerò di calcio. Ovvero, racconterò questa storia, svoltasi esattamente un anno fa. E anche due anni fa. Ma prima di tutto fatemi dire una cosa, adoro Torino.


Tutto comincia alla fine della stagione 2007/08, una stagione travagliata conclusasi con un pessimo girone di ritorno e il divorzio ai vertici della mia società. Mi ritrovavo perciò punto e a capo, con la necessità di ricostruire una squadra competitiva, in grado di fare risultato ma anche di dare spettacolo e non deludere gli appassionati. A sorpresa, eravamo giunti alle semifinali di Champions dopo la crisi societaria, grazie ad un incredibile prestazione casalinga, ma, nonostante l’ottima rosa, la stanchezza e il morale della squadra obbligarono inesorabilmente ad un calcio lento e macchinoso, con poche ripartenze mal gestite. Alla fine di Giugno, usciti da tutte le competizioni e con i conti in rosso (ovvero, oltre alla disfatta, ero indietro con gli esami), sembrava tutto finito. Il ciclo di vittorie inaugurato nel Gennaio 2003 era giunto al termine.


Inaspettatamente, mentre assistevo, in quel di Milano, ad un esibizione pop in una calda serata di Luglio, mi accorsi della sua presenza. In effetti si trovava esattamente davanti a me. La Juventus, ovviamente. Non la riconobbi subito. Indossava un insolita divisa, gli occhi erano coperti da rossi ray-ban, e ne scorgevo bene solo la bocca, la bocca più incantevole e affascinante che abbia mai visto. Charming, direbbe un inglese, verbalizzando la parola che indica la magia, l’incantesimo (charm); niente di più adatto. Rimasi nell’ombra ancora per un po’, attesi la fine della musica (che si concluse con un rifacimento elettronico di Master of Puppets, davvero niente male in un concerto complessivamente poco sopra la media), quindi mi avvicinai con l’intenzione di ottenere un contatto. Dopo qualche iniziale difficoltà con l’ufficio legale, che non mi vedeva di buon occhio ma del quale mi liberai schierando i MIEI avvocati, riuscii ad allacciare un rapporto, conclusosi con lo scambio del numero di telefono ed un primo accordo, che prevedeva di recarsi, insieme ai rispettivi legali, in un bar poco distante per un colloquio conoscitivo. A causa di un infortunio imprevisto però, dovuto probabilmente al doping alcolico, ci perdemmo di vista dopo pochi minuti, ed ognuno continuò tranquillamente a svolgere i propri affari, curandosi poco, per ora, delle opportunità che quell’incontro fortuito celava.


Qualche tempo dopo, probabilmente ad agosto, scrissi alla Juventus mentre si trovava in un classico tour estivo in oriente. Nonostante l’ottima intesa, mi fece capire di essere già vincolata. Il mio approccio era stato sicuramente lusinghiero e apprezzato, puntualizzava, ma la sua attuale situazione era più che soddisfacente, e non poteva né voleva concedersi di lasciare tutto per l’avventura. Avventura già, perché, oltre alle difficoltà già elencate, la disastrosa situazione dei miei bilanci impedivano categoricamente di fare un’offerta. Rinunciai e tornai ai miei affari, col proposito di rimettere in sesto la situazione e tornare alla carica in futuro.


Durante i lunghi e freddi mesi che portano al marzo dell’anno seguente, ci intrattenemmo ancora in alcune trattative, ovvero dei preliminari in cui ognuno cercava e di sondare il terreno e di trarre godimento da quegli acuti scambi epistolari. Infatti, benché le contrattazioni non progredissero e si fossero definitivamente arenate, si stabilì un’armonia e una complicità di cui entrambi sorridevamo gioiosamente, beninteso che nessuno poteva verificare la cosa. Tutto ciò era strettamente limitato, e la corrispondenza non superò mai i tre sms in un mese. Tentai anche qualche sortita elettronica, avendo la mail della Juventus, che si dimostrò inefficace a fronte della sua rinomata capacità di disimpegno. Insomma, era impossibile costruire gioco e tenere palla, e mi limitavo a qualche bel tiro da fuori di scarsa precisione.


Fu così che giunsero Marzo e la primavera, ad alimentare speranze e forze. I primi caldi, si sa, si accompagnano a nuovi desideri e riportano alla luce alcuni che erano stati sepolti. Accadde esattamente questo. Proprio mentre ritrovavo la fluidità di gioco e il gol mi accorsi di una rinnovata capacità di affrontare e segnare ad avversari fino a poco tempo prima sconosciuti o considerati inarrivabili, ritrovai la voglia di giocare con la Juventus. Afferrai il cellulare e tentai ancora. Il mio messaggio riguardava un difficilmente appuntamento per il giorno successivo, o meglio, tutti i riti scaramantici e semplicemente ridicoli che avevo messo in atto per invocare la buona sorte. La risposta – in cui si leggeva, tra le altre cose, di un altare sacrificale per un non meglio identificato dio scimmia – fu una di quelle che ti fanno sorridere da solo ed inebetito. Una di quelle che ti fanno parlare da solo contento, ti fanno esclamare “sì!” nella stanza senza regalare nulla. Non c’era nulla in quella risposta, se non un piccolo capolavoro, delizioso let’s say, di abilità linguistica, di simpatia e joie de vivre condite da sarcasmo intellettualeggiante ma non necessario, un bel pacco per un ancor più bel regalo.


Non ci fermammo più. Ogni giorno, ogni ora, le cose che ci raccontavamo l’uno dell’altra si moltiplicavano e, senza nessuno sforzo, erano descritte da entrambi in uno stile di cui vorrei essere ancora capace. Un secondo prima non ero in grado di scrivere mezza battuta, un secondo dopo, replicando all’ennesimo messaggio, scoprivo di essere in grado di compattare in 160 o poco più caratteri voli pindarici ironicamente iperbolici che alimentavano il nostro circolo virtuoso. Quando si dice “tirare fuori il meglio” di una persona. Parlavamo di musica, parlavamo di cinema, di fiabe, di viaggi, di gente improponibile, di Bono Vox che è davvero il peggiore, di economia, di società, di “come fai a dire questo se poi fai quello”, di quello che ci piace quando si fa l’amore. Parlavamo di tutto ed ogni momento critico, ovvero ogni domanda la cui risposta poteva infrangersi in una grossa delusione, era superato sempre nel migliore dei modi, non già accordando ( e come sarebbe potuto essere possibile) all’altro la ragione, quanto esponendo dubbi e punti di vista originali, pensati, esaltanti il più delle volte.


Era passata una settimana, ormai ci comportavamo come pazzi. Avevo solo una sua foto, scattata durante il tour estivo orientale, in cui non si vedeva nulla eccetto che quella bocca meravigliosa, leggermente socchiusa nell’atto di allontanare la sigaretta dopo aver inalato. Non avevo ancora sentito la sua voce dall’anno prima, e non ne avevo memoria, sicché ci mettemmo d’accordo. L’accordo era che dovevo farmi coraggio, che non mi garantiva affatto che mi avrebbe risposto. Potevo benissimo capire – così disse, non senza qualche difficoltà – qual era il problema di fondo. Ed in effetti lo capivo. Ma rispose comunque, quel pomeriggio alle 6. “Dio mio”, pensai, “era quella la sua voce?”. Impossibile. Impossibile vi dico. Non si può, è contro ogni legge della natura. Perché? Perché quella voce era, quell’accento dalle vocali chiuse aperte e aperte chiuse, quell’intonazione che dipingeva con tratto preciso i bordi delle parole come fossero decorazioni, erano la Femminilità. Avete presente quando sentite quella sensazione alla pancia di emozione mista a paura ma, a differenza del solito, ne avvertite il piacere vitale? Quando quella sensazione è precisamente quello che state cercando, quel qualcosa da fare di cui non sapete nulla ma per cui volete impegnarvi al massimo? Quello. Balbettai qualcosa emozionato, ma non impaurito. Ci urlammo che era né più né meno che una figata sentirsi, che era meglio di ogni aspettativa, e ridevamo, e la piantammo lì, e ricominciammo a parlare e a ridere di chissà cosa, ma tanto faceva ridere se ne parlavamo noi.


Fissammo la data dell’incontro quello stesso sabato. La tensione era alle stelle, lo stadio una bolgia infernale.


Decisi per un 4-2-3-1 data la mia capacità di sfruttare larghi spazi contrapposta alle difficoltà che avevo quando toccava di giocare in un fazzoletto. Le andai incontro portando palla, deciso a non mollarla. Non appena mi si parò davanti, persi palla. Splendida, terribile ed immarcabile. I capelli biondi le scendevano lisci fino alle spalle mentre mi guardava sorpresa e divertita, dissimulando l’imbarazzo. Trucco leggero, pantaloni aderenti verdi per le sue lunghe gambe, forma perfetta.


[…continua…]

1 commento:

  1. Eh...attento che la Juve gioca bene....soprattutto nel periodo in cui l'hai conosciuta tu!!

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