
G.,
come al solito non riesco mai a mantenere le promesse…figurati quelle fatte a me stesso! La tentazione di prendere carta e penna, e dopo tanto tempo iniziare a scrivere quella vecchia prima riga era troppo forte. Tanto da dover giustificare questa lettera come un biglietto d’auguri un po’ troppo lungo, un pensiero tutto sommato “normale”, l’unico contatto di un anno, mentre faccio finta di non vedermi negli occhi, per non trovarli simili a quelli di chi ti scrive oggi, lo stesso pensiero, provando a scorgervi ancora qualcosa di brillante, di vivo…
In mente ho mille frasi giuste per l’occasione, formali e delicate quanto basta per toccarti senza accorgertene, nello spazio preciso di un ricordo. Invece sono sicuro di chi hai accanto ora, e mi permetto di allargare le gambe e sedermi comodo, invadendo un pezzetto di sedia del futuro, convinto di chi me lo lascerà fare, sempre nell’unico giorno dell’anno. Ti guardo, non so neanche io come, da quanto tempo, da dove, e riesco a sognarti felice. Che bella parola che è “felice”…l’unica che diventa in un attimo una strada, una notte, una mano. Ed una parte sporca sui miei fogli, uno specchio di ciò che accade lassù, nella vita vera. Riesco a vederti abbracciata, e mi accontento del freddo se significa scoprirti protetta, e al caldo. Mentre provo a segnare con le mani lo spazio che ci separa, allargandole fin che posso, fino a che fa male anche guardare prima l’una e poi l’altra, quasi passassi da due mondi diversi, da un sorriso ad un broncio. In tutto quello spazio ci spingo giornate intere, abbondando con il primo passato, e schiacciando il nuovo più che posso, giusto per avere l’impressione di non aver perso niente. E poi aspetto i momenti adatti, le sere di neve, o i sogni freschi, per lanciarli in aria…sdraiarmi ad occhi aperti e farmi cadere tutto addosso. Respirando così forte da ingoiare parte di quegli stessi ricordi…ancora una volta.
Non sai quante volte ho dovuto mettere a posto tutto, una volta sparpagliato il tuo nome per casa, nei cassetti, tra le coperte. Sta scorrendo il mio strano biglietto d’auguri, sul quale c’è la solita speranza, che toglierò alla fine con la mano, e come al solito lascerà la scia della polvere di matita sui bordi. Sta passando un fiume d’inchiostro tra le persone che mi vedono sorridere e pensare allo stesso tempo, tra le nuvole di una fotografia finita sotto il mucchio. Hai mai avuto la voglia di legare due, tre lenzuola insieme, farti coraggio, e scendere a recuperare chi è rimasto indietro? Fregandotene di capire se possono reggere il peso di due persone.
Ho legato le lenzuola, e sono rimasto alla finestra senza far nulla, a guardar la gente di sotto che fa la stessa cosa mia in maniera completamente diversa: vive. O almeno lo fa quando si accorge che sto guardando, tutta indaffarata a preparare le vetrine dei propri negozi. Ho paura, come se fosse una novità, ho paura di dare il tuo nome a tutto il resto, di dipingere volti tutti uguali, di rimanere in silenzio “perché questo lo capirebbe solo lei”. Ho paura di non difenderti mai più, come se lo avessi mai fatto lontano dalla carta; di dover mantenere gli occhi bassi sul piatto quando parli al tuo “amore”, e non conservarti le fragole che ti piacciono, semplicemente tenerle in fondo, e mandarle indietro.
Vedo il destino che mi guarda, e scuote la testa a dire “non posso fare niente, davvero, non è più il nostro tempo”, mentre mi agito a trovare qualche altro amico, che mi faccia guadagnare dei giorni, dei ricordi. Girandomi il più possibile per non perdere l’unico che mi è rimasto, ed essere solo in tutto questo rumore. Si corre quasi a rallentatore, prima di accorgersi della direzione opposta a quella dichiarata in partenza. C’è di buono che almeno sarò di fronte quando passerà tutto il gruppo, lì mi nasconderò per guardarvi uno ad uno, nei pochi secondi di passaggio, a bocca aperta, chiedendo agli occhi di ricordare il più possibile, la maglia, il cerchio nei capelli, l’odore della pelle. E confessare ad un curioso di trovarsi dietro un albero per caso, senza nient’altro da spiare che tre anni appena passati di corsa. Ho un cassetto pieno di cose che non ti ho mai dato, le uniche per le quali sono riuscito a fare il tuo bene, fino ad ora. Lettere, che ascoltate ti avrebbero fatto capire molti più lati di me di uno stupido silenzio forzato. Disegni, ancora troppo infantili per non far sorridere chi se li trova davanti all’ingresso. Mappe, con posti lontani dove spingere fantasia e speranza; e note, di quello che mi veniva voglia di cantare, ripetendo il ritornello di una formula magica che ad oggi non ha ancora svelato i suoi effetti. Ma non per questo credo sia inefficace, o inventata. O entrambe.
Mi sostituirei volentieri, almeno oggi, per prendermi il vostro abbraccio, le tue parole, e i miei sensi di colpa. Cercando di non fare rumore in un corpo che non conosco, parlando piano di cose normali, invece di inondarti di respiri affannosi, rischiando di farmi scoprire. A guardare l’orologio, e lassù, con la voglia di chiedere ancora un po’, per raccontarti tutto il futuro che verrà, in una sola frase, con tanto di scuse per gli eventuali litigi, fregandomene della ragione. Un’intera giornata così…trasformando amore in parole, chiedendotene indietro un bel po’. Anche se il giorno dopo rivedrai la stessa scena, “solo un po’ più calma e normale, com’è giusto che sia”. Da uno che ha per davvero una vita davanti, e non solo dietro. E in quella notte sentire la velocità della febbre che sale, più forte dell’acqua e dell’altezza, o di tutte le altre paure; tanto da promettere di cambiare senza motivo, per assomigliare ad un perfetto sconosciuto, e allo stesso tempo di non cambiare mai, per farti stare tranquilla. Tra un po’ finisce mi dicono, senza sapere neanche io cosa sperare, se la memoria o il semplice amore. Che mando via con il nome di un altro, prendendomi gli errori di tutto il mondo sulle spalle, sdraiato nella stessa parte di letto dove mi hai lasciato.
Devo ancora convincere le mani che ciò che sentono non è quello cui sono state abituate per intere mattine. Devo convincerle a fare un giro diverso, a riconoscere un taglio più corto di capelli. Sto scappando dalla domanda più difficile da ascoltare: mi manchi? E’ sempre pronunciato così flebilmente quell’interrogativo finale da renderla quasi una verità, un’ordinazione in gelateria. Arrivano d’improvviso, come dei vuoti di memoria, delle scariche di immagini, di suoni, di sguardi, sempre più silenziose, a perdere del tutto l’intonazione originale. E quando arrivano devo sedermi, riposare e prendere fiato, ingoiando la malinconia davanti agli altri, che sono già andati avanti.
Si…mi manchi…in tutte le nostre cose, e in quelle che facevo entrare nelle tue a forza, spingendole con le mani. Mi manchi come prima di averti, di fotografarti, di scriverti, di ascoltarti, di asciugarti, di stringerti. E continuo a rispondermi nel caldo della mia camera, guardando agli angoli più cupi, per scorgere le forme di un essere umano nascosto per fare uno scherzo. Mi manchi…e così sarà per molto altro tempo ancora…
Per sempre (qualsiasi cosa abbia mai significato in realtà)…
Eccola qui,l'odiata speranza, quella che ti fa vedere il potere delle parole dove nn c'è altro che ricordi in rima. Anche ora che, dopo quasi un anno, dovresti ricordare solo come si fa ad avere un'altra storia. Eppure ti siedi sempre sul letto, a sforzarti di pensare ad altro con la stessa intensità, sempre inutilmente. Saremo fatti davvero per l'estremo noi umani? O piano piano conviene abituarsi all'idea di una relazione "normale", lineare, che nn porta via tutti i pensieri della giornata, e che nn ti fa per forza addormentare. Chi lo sa! Nel frattempo ci teniamo l'odiata speranza...
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