martedì 9 novembre 2010
La fabbrica delle belle notizie
A portare la voce nel villaggio dell'esistenza di una "strana fabbrica dove portare i brutti pensieri e uscirne con dei nuovi" era stato un gruppo di forestieri, gente venuta dal Sud della penisola. I tipici soggetti che nessuno avrebbe ascoltato se uno di loro non si fosse presentato quasi parente di Breton, un minatore onesto e conosciuto. Il quale, forse per la smania di scoprire un pezzo nuovo di famiglia, forse per semplice voglia di far parlare un po' di se', non approfondi' mai le ragioni di quel sangue. I cinque uomini avevano scoperto la fabbrica in cammino verso il villaggio, dopo tredici giorni di traversata e due di digiuno assoluto, e vi si erano fermati con la speranza di trovarvi riparo e sostentamento.
Un uomo di mezza eta' e mezza altezza aveva aperto loro le porte, accolto cio' che volessero e sfamato gli animali. Assicurandosi che ognuno di loro mettesse qualcosa in una botte di legno, di non meglio specificato (due di loro lasciarono i cinturoni, un altro uno stivale mezzo rotto). Ebbene l'indomani i cinque non solo si svegliarono forti e rinfrancati (merito in gran parte del cibo e del riposo), ma trovarono il villaggio prima di sera, indovinando ben tre bivi lungo la via.
Non che bastasse una storia qualunque, seppur particolare, a smuovere animo e corpo ad una popolazione di contadini e minatori. Ma la veemenza con la quale i cinque riportarono gli eventi e la cieca fiducia di Breton nei confronti del ritrovato cugino fecero da giusta base per un fuoco di curiosita', tanto che c'era gia' chi parlava di andarci l'indomani.
Le indicazioni sul luogo erano troppo vaghe e lacunose per avventurarsi senza provviste o animali. Ne' i cinque avrebbero saputo condurre gli altri alla fabbrica, un po' per ignoranza dei posti, un po' per quella credenza tipica degli stranieri per la quale non si riceve mai il bene due volte.
I più giovani si offrirono volontari per cercare la fabbrica, ma gli Anziani erano contrari a mandare i loro figli verso qualcosa di sconosciuto, con il rischio di sottostimare le scorte di cibo e sopravvalutare l'orientamento dei cavalli. Per di più stava per arrivare l'inverno, il che complicava ulteriormente le cose. Fosse stato per Breton sarebbe andato da solo anche il giorno stesso, gia' fantasticando sulla nuova vita che avrebbe ottenuto in cambio. Invece si decise per rimandare il tutto all'estate successiva.
L'inverno passo', neve e gelo fecero le loro solite visite ai raccolti, ma i contadini non si perdevano più d'animo come un tempo. Sarebbe stato il loro ultimo inverno in quelle condizioni, la fabbrica avrebbe sistemato tutto.
Le miniere erano sempre piene di ghiaccio e sassi, ma Breton e gli altri continuavano a picconare le lastre, con uno sguardo diverso. L'ultima volta che affrontavano il sacrificio, prima della fabbrica. E cosi' tutti gli altri, i fornai, il prete, le mamme...ognuno superava l'inverno con il doppio delle proprie forze.
E nessuno si rendeva conto di quanto fosse più felice per la sola invenzione di aver reso reale l'idea della felicita'...
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In fondo hai raccontato uno seguito della storia di Prometeo e Pandora: in un mondo dove i mali sono stati liberati dal vaso, 5 viandanti trovano il luogo dove è custodito, e con esso, al fondo, la speranza, che sempre muoverà il cuore degli uomini alleviandone le fatiche e dando loro un senso
RispondiEliminaSickey
Gia'....la domanda pero' e' "ce le faranno i nostri eroi a capire quanto sia importante avere l'ANIMO pronto per la speranza e non le GAMBE??"
RispondiEliminaForse non entrambe le cose?
RispondiEliminaNO!
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